Vincenzo Lunardi Balloon Club
Più leggero dell'aria
di Massimo Raffanti

Si legge in una pubblicazione su Lunardi, edita da Maria Pacini Fazzi (Vincenzo Lunardi lucchese nel bicentenario della sua prima ascensione) e contenente un estratto dall’”Esare” (1909) di Eugenio Lazzareschi: “nel 1783 le Gazzette d’Europa avevano diffuso la notizia che i fratelli Mongolfier ad Annonay erano riusciti ad innalzare un aerostato e che Pilature del Rosiers, il 15 ottobre dello stesso anno, aveva compiuto per primo un’ascensione aeronautica in Francia. Ma quelli non erano stati che effimeri successi perché le “macchine volanti” non si erano elevate molto da terra e per di più avevano volato per poco tempo”.
Lunardi, invece, aveva avuto il merito di essere stato tra i primi a riprendere e a perfezionare lo studio per la ricerca di 8 un “gaz” meno pesante dell’aria: di questo dovevano essere riempiti i palloni.
Le sperimentazioni furono presto premiate, poiché di lì a poco, sfruttando il (suo) metodo dell’effervescenza fra la limatura di ferro e lo spirito di vetriolo, riuscì a produrre idrogeno ed a liberarsi con il pallone finalmente nell’alto dei cieli.
Compì quindi in Inghilterra e Scozia, fra il 1784 ed il 1786, numerosi voli a grande altezza, percorrendo fra l’altro col favore dei venti, rilevantissime distanze. Una cronaca dettagliata di tutti i suoi voli, Lunardi, era solito trasferirla all’amico Gerardo Compagni di Lucca e al Duca e Duchessa Buccleugh.
A Londra queste cronache furono quasi tutte edite, accresciute dalle testimonianze dei sudditi inglesi e da odi ed epistole poetiche in suo onore. Lunardi raffigurato sul suo pallone in fini incisioni d’epoca oppure nelle vesti preziose di membro della Compagnia degli Artigiani inglesi.
L’argonauta lucchese nel corso della sua storica ascensione del 15 settembre incontrò grandi difficoltà nel gonfiaggio del proprio pallone: a mezzogiorno niente era ancora pronto. Finalmente verso le 13 si alzava nel cielo, recando con sè nella cesta, un gatto, un piccione ed un cane.
Viene riportato che il pallone dapprima si spostò verso Ovest, quindi il vento lo trasportò verso Nord ad altezza di ben 4 miglia. Nei pressi di North Mimms, Lunardi discese, depose il gatto, che aveva molto sofferto per il freddo, per poi risalire ed atterrare a Sandon nel Hertfordshire, dopo un percorso complessivo di 24 miglia.
Nel discendere si dice chiedesse aiuto ad un gruppo di contadini: non si aiuta chi vola sulla “casa del diavolo” gli venne risposto.

CENTOMILA BIGLIETTI

Il 13 maggio 1785 il “lucchese volante” riprese le ascensioni; la precedente aveva destato tanto entusiasmo che Lunardi potè vendere ben 100.000 biglietti a uno scellino ciascuno. Con questa cifra si otteneva anche il diritto a visitare il pallone esposto al Pantheon.
Dopo una serie di fortunati voli in tutta l’isola britannica (Liverpool, Chester, Edimburgo, Kelso, Glasgow, York, Newcastle) il 17 giugno 1788 Lunardi, come preso da struggente nostalgia, decise di volare sull’”erborato cerchio”. Sui manifesti affissi ovunque si leggeva: “il celebre concittadino Vincenzo Lunardi volerà su Lucca con il suo globo aerostatico, innalzandosi dall’Anfiteatro di Porta San Donato”.
Furono montati i palchi e tutta la città fu abbellita poiché in molti furono ad acquistare il biglietto al prezzo di uno zecchino per i primi posti: tutta l’aristocrazia era presente e con essa i figli del Granduca Leopoldo I. Dal libro di Cesare Sardi:”Vita lucchese nel ‘700” (1905) Isa Belli Barsali, oggi nella pubblicazione della Pacini Fazzi, ci fa notare il divertito commento ai preparativi del volo su Lucca di cui danno notizia sia Giovanni Attilio Arnolfini e l’abate Chelini:”Stupirono i lucchesi quando seppero che il loro concittadino si disponeva a volare e molti lo accusavano come ardito e temerario, e magari anche impostore”. Ed ancora: “La città rigurgitava di gente ed era piena di curiosi. Venne il momento dell’ascensione e tutto l’anfiteatro e le mura e anche i tetti delle case, erano pieni di gente… frati erano saliti sui campanili e perfino le monache facevano capolino dagli abbaini e dalle finestre delle soffitte…”. Ma come è ormai risaputo “nemo profeta in patria”.
Lunardi fu sfortunato proprio nella sua città: “nelle operazioni di gonfiaggio una parte della rete rimase offesa dal vapore corrosivo che sollevar doveva la navicella…” “Lunardi tentò di tutto per far sollevare nel cielo il suo pallone malgonfiato, cercò perfino di farsi sollevare egli stesso affidandosi ad una semplice tavola ma ricadde col pallone in terra”.
Riportano i testi dell’epoca che la folla (che aveva atteso ore ed ore l’ascensione) credendosi ingannata dal Lunardi si lasciò andare a forti manifestazioni di protesta. L’argonauta, tutto rosso dalla vergogna e confuso, riuscì a riparare a tempo in una carrozza.

VITA AVVENTUROSA

Più fortunato il suo volo del 13 settembre del 1789 su Napoli che di fronte al suo sovrano “lo portò a grande altezza tra le nuvole in un cielo tropeoso (tempestoso): alle 18 circa ammarò incolume a 13 miglia da Capri dove fu salvato a stento dalle “lance reali”.
Dopo questa impresa fu poi la volta di altre ascensioni avventurose su Milano ed in diverse città spagnole e portoghesi.
Ma vediamo ora cosa risulta della famiglia Lunardi da una serie di lettere autografe (Archivio di Stato di Lucca). La sua era una famiglia di antica nobiltà decaduta sulla fine del secolo XVIII: questo fu uno dei motivi determinanti che spinsero il giovane aeronauta a lasciare Lucca per cecar fortuna altrove. Vincenzo, tuttavia, visse all’estero pervaso da struggente nostalgia per la patria, la vecchia madre e le sorelle in tenera età. Lo testimonia il contenuto di lunghe lettere non prive di commozione inviate ai familiari. Mandava denaro e piccoli doni derivanti – come scriveva egli stesso – “da quelle poche abilità che s’era acquistate nelle ore libere dell’impiego”. Insegnava italiano, geografia e disegno alle damine inglesi a mezzo zecchino a lezione.
Sebbene Lunardi poco più che ventenne avesse raggiunto una piccola fortuna, accrescendo le sue entrate col commercio dell’olio e delle olive che si faceva mandare da Lucca, riuscì al contempo a compiere studi remunerativi di perfezionamento sulle armi da fuoco; i cannoni a retrocarica presenti tutt’oggi nell’Arsenale di Lisbona sono una sua ideazione.
Ma nonostante tutto ciò l’aeronauta lucchese aspirava a una ricchezza “ben diversamente guadagnata”. Le sue felici esperienze aeronautiche gli permisero, ad un anno da quelle dei fratelli Mongolfier, di consolidare il suo sogno.
Famoso in tutta l’Inghilterra, ma non solo e così accetto ai nobili inglesi, al Re ed al principe di Galles, Lunardi scriveva all’amico Compagni a Lucca:
“Sono l’idolo della Nazione, non ho più timore che durante la mia vita possa andar mendicando pane… domattina depongo alla Banca di Londra 2000 scudi frutto dei miei sudori, del mio studio e del mio spirito…La supplico dare alle mie sorelle la grata notizia che sono asceso glorioso al cielo e sono ritornato a terra per aiutarle…”.
Vincenzo Lunardi era ormai un mito e al Pantheon, davanti al suo pallone, faceva esperienze e dava spiegazioni scientifiche distribuendo parte dei suoi guadagni in beneficenza. All’ardito lucchese non mancarono poi neppure vantaggiose proposte di matrimonio in Inghilterra ma egli preferiva scrivere: “Potrei accasarmi domani, se volessi, con 12.000 scudi, ma il voglio tentare di far sorte ulteriore prima d’accasarmi ad oggetto di vivere comodamente, e in istato di far bene alla mia famiglia, ed ai poveri”.
Non ebbe il tempo di sposarsi in quanto appena quarantenne e, sebbene “più felice tra i viventi”, si spense a Lisbona nel 1799; così per semplice malattia e non nell’atto di quell’audacia che lo aveva reso noto al mondo.
Scompariva un uomo d’ingegno versatilissimo, ma soprattutto un profondo sostenitore della fantasia, dell’idealità e dell’umanità più profonda. Oggi è dunque giusto che sia ricordato in Lucca quale “First aerial traveller in England” ma anche come uomo semplice entusiasta della natura e della vita.


 
 
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